Rete, Informazione, Potere. Manuel Castells a Meet the Media Guru

Invito per incontro con Manuel Castells nell'ambito di Meet the Media Guru

Ieri sera a Milano, Manuel Castells ha tenuto una conferenza dal titolo Rete, Informazione, Potere organizzata da Meet the Media Guru. La sala del Teatro dell’Arte era gremitissima tanto che molti sono rimasti purtroppo fuori e tanti hanno seguito il live streaming da casa o da spazi allestiti appositamente, a Bologna dall’associazione SociaLab, a Messina in collaborazione con il corso di laurea triennale “Scienze dell’Informazione: Comunicazione pubblica e Tecniche giornalistiche” e con il corso di Laurea Magistrale in “Metodi e Linguaggi del Giornalismo”. Come avviene sempre agli incontri di Meet the Media Guru, c’è stata una grande partecipazione attraverso Internet: sul sito non è ancora disponibile uno storify, ma per farvene un’idea potete dare un’occhiata ai tweet contrassegnati dall’hashtag #MMGCastells. In sala, purtroppo, mancava una rete wi fi cui il pubblico potesse collegarsi e scarso era il segnale delle reti dati dei vari operatori telefonici, perciò la maggior parte dei fortunati astanti è rimasta più passiva impossibilitata a partecipare, ma con un mare di appunti in forma di tweet salvati in bozze. Ecco i miei, il mio personale – non esaustivo – storify della serata.

Ho fatto un’eccezione per Meet the Media Guru. Di solito non accetto di essere definito così.

Non sono un Guru, sono un accademico e anche molto tradizionale e rigido; sono un ricercatore, spero il più rigoroso possibile.

Non sono un politico e neanche questa sera prenderò posizioni politiche, perché sono un ricercatore, uno studioso.

Prendo posizioni politiche solo in quanto cittadino, non in quanto ricercatore.

Non sono come quegli studiosi francesi che si sentono in dovere di prendere continuamente posizioni politiche.

Non faccio come loro e non firmo di continuo manifesti e petizioni per dimostrare il mio schieramento politico.

Questa sera mi occuperò in particolare degli effetti della crisi, una crisi che riguarda solo una piccola parte del mondo, nonostante tutto.

In larga parte della Terra, l’economia continua a crescere, le persone continuano ad aumentare la propria ricchezza, nonostante tutto.

Naturale che ciascuno guardi al proprio orto, non che lo consideri uguale al mondo intero.

A Bruxelles possono non essere d’accordo, ma dovranno accettare che la maggior parte dell’umanità guarda altrove.

La crisi in Europa, in Occidente sta facendo emergere nuovi modelli economici, nuove strutture.

Dopo l’esplosione della crisi, ho fatto uno studio sui modelli economici in Catalogna e i risultati sono stati sorprendenti.

Ci sono migliaia di persone che vivono al di fuori del sistema capitalistico.

Per fare un esempio, un terzo della popolazione di Barcellona ha preso in prestito denaro senza interessi.

Molti hanno preso in prestito beni usati o hanno scambiato il loro tempo.

Non è strano che le persone e i media parlino solo dei mercati finanziari?

Le persone non dipendono solo dalle istituzioni finanziare o dal credito bancario, eppure questo sembra non essere un fenomeno registrato.

I movimenti di opposizione nati in questi anni rappresentano una novità in termini di esercizio dell’influenza sull’opinione pubblica.

È anche grazie a Internet se i movimenti scaturiti dalla crisi hanno trovato nuove vie per diffondere le proprie idee nella società.

Non faccio mai previsioni per il futuro, non capisco come si possa prevedere il futuro. Io prevedo il passato.

Non è uno scherzo, prevedere il Passato significa fornire strutture, dati, concetti concreti, capire cosa è successo e cosa sta succedendo.

Ma torniamo a guardare ai movimenti emersi dalla Crisi in più di cento nazioni, in Islanda, in Tunisia e nel resto del mondo arabo…

Ma torniamo a guardare ai movimenti emersi dopo la crisi in più di cento nazioni, incluse quelle di cui nessuno ha parlato.

Nessuno parla della mobilitazione in Israele, ma è stata la più grande mobilitazione nella storia del Paese.

In Occidente le proteste sono esplose soprattutto in relazione alla gestione della crisi.

L’indignazione è stato il sentimento prevalente ovunque.

Sono stato quasi costretto a scrivere Reti di indignazione e speranza.

Avevo partecipato ad alcune mobilitazioni come cittadino ed ero venuto a conoscenza di tantissimi dati, ma non avevo intenzione di scrivere.

Mi avevano chiesto persino di scrivere un libro breve e di farlo velocemente… una cosa impossibile per me.

La mia struttura concettuale fondamentale resta quella espressa nel mio libro Comunicazione e potere.

Il Potere si può intendere come definizione di un’agenda dei contenuti e produzione nella mente delle persone.

Il Potere può imporre la propria visione, la propria volontà tramite coercizione oppure tramite persuasione.

Gli individui possono sostenere le posizioni del potere oppure rassegnarsi a esse, in altre parole.

È la comunicazione che fa funzionare il cervello: la trasmissione da neurone a neurone al suo interno o quella da un soggetto all’altro.

La Storia è piena di tentativi di bruciare le streghe, cioè fermare la diffusione delle idee, la comunicazione.

Nel Novecento si sono affermate le comunicazioni di massa e negli ultimi 20 anni –  grazie a Internet – l’autocomunicazione di massa.

La tecnologia di Internet oggi equivale all’elettricità nel periodo della Rivoluzione Industriale.

Le reti di comunicazione rappresentano le reti di distribuzione dell’energia contemporanee.

Internet di per sé non cambia le cose, ma la tecnologia favorisce l’affermarsi di un determinato tipo di comunicazione e non un altro.

Antonio Damasio ha dimostrato che sono sentimenti ed emozioni a condizionare la nostra intelligenza, il nostro modo di pensare.

La Paura è l’emozione fondamentale sia per l’evoluzione sia per mantenere il controllo della società.

Chi non ha avuto paura, non è fuggito abbastanza velocemente di fronte al predatore e non è sopravvissuto.

Ma ci sono alcuni modi di superare la paura e i movimenti degli Indignati sono stati aiutati da alcuni eventi ad avere successo in questo.

I movimenti degli Indignati di tutto il mondo hanno una radice emozionale.

 

Come si supera dunque la paura? Stando insieme, uniti. Non solo su Internet, sopratutto nelle piazze.

Pensateci bene: le barricate non sono mai state uno strumento militare, di attacco o di difesa:di fatto aiutavano a individuare il bersaglio.

Allo stesso tempo, però, le barricate svolgevano una funzione fondamentale: quella di tenere unite, inseme, le persone.

Questa crisi si differenzia da altre per il sentimento dell’indignazione e per la sua diffusione virale attraverso le reti di comunicazione.

Indignados, Occupy, le primavere arabe… hanno prosperato anche grazie a Internet, l’unico mezzo impossibile da controllare totalmente.

I movimenti sociali non esistono solo in rete però, pensate ai club di tifosi delle squadre di calcio: delle vere e proprie reti off-line.

In passato, i club di tifosi hanno fatto circolare il dissenso (o il sostegno a certe cause): pensate all’opposizione dei catalani alla dittatura franchista.

Le reti non necessitano un leader, un’ideologia, un programma, esistono per collegare le persone, anche se manca un’organizzazione verticale.

Se non c’è un bersaglio preciso da colpire, è impossibile anche reprimere le reti e i movimenti che in essa si costituiscono.

I movimenti sociali nati in risposta alla crisi attuale sono costantemente locali e globali allo stesso tempo, essendo sempre collegati tra di loro.

Durante le mobilitazioni una parte di plaza Catalunya a Barcellona era stata ribattezzata piazza Tahrir.

Un angolo di Zuccotti park, epicentro di Occupy Wall Strett, era stato denominanto Acampada del Sol.

Questi movimenti sono uniti dalla richiesta di cambiamento globale, ma pur sempre di un cambiamento legato ad aspirazioni e sogni locali.

Non si è assistito alla creazione di una comunità, non c’erano necessariamente valori condivisi neanche all’interno dei singoli movimenti.

Non è stato formulato un programma unico, i movimenti sono stati uniti dalla critica, dal rifiuto del sistema esistente.

C’è stata una condivisione di cosa i manifestanti non volevano (più), ma non la formulazione di un programma di richieste.

Il caso degli Indignados spagnoli è molto interessante perché ha coinvolto anche gli anziani, è stato aperto al contributo di tutti.

Se non c’è un programma da realizzare, nessuno è escluso, a nessuno è richiesta completa adesione.

Le primavere arabe hanno avuto un unico programma, la fine delle dittature esistenti e non la presa dello Stato.

In questo senso le primavere arabe non possono essere definite Rivoluzioni.

Molti accusano questi movimenti proprio di non avere un programma o di essere delle utopie.

Che senso ha definire negativamente come utopie quelle nuove forme di democrazia emergenti?

Le utopie sono forze della storia. La democrazia liberale oggi dominante in Occidente non era emersa come utopia essa stessa?

Sembrerà strano, ma alla fine del 2011, in tutte le nazioni coinvolte nei movimenti, la maggior parte della popolazione sosteneva le idee dei movimenti.

Ancora più strano, però, che allo stesso tempo solo una minoranza pensava che le cose potessero davvero cambiare.

Non si tratta solo di non ritenere i movimenti capaci di portare il cambiamento, ma anche di sostenere il modello esistente.

Storicamente, istanze portate avanti dai movimenti sociali come quelli attuali non erano negoziabili per il Potere, poi però sono diventate pensiero comune.

Fino a non molti decenni fa, il voto alle donne o la parità fra i sessi, per citare una causa, sembravano un’assurdità alla classe dirigente.

Oggi è assurdo il contrario anche se non sono stati rimossi tutti gli ostacoli alla piena realizzazione di quella o altre cause.

Quali sono le difficoltà dei movimenti contemporanei occidentali a incidere sulle istituzioni politiche attuali?

1) la critica alla gestione dei mercati globali è inaccetabile dalle istituzioni Occidentali, troppo compromesse con esse.

2) la critica alla legittimità delle attuali pratiche democratiche e dell’attuale classe politica che ovviamente comporterebbe la sostituzione della stessa.

Sono questi i motivi per i quali lo scontro è inevitabile a diversi livelli.

Nelle società occidentali il rischio che la contestazione attuale sconfini in uno scontro violento è alto.

All’interno dei movimenti esiste anche questo dibattito come pure è alta la vigilanza per evitare questa deriva.

Ma c’è un altro modo per i movimenti per ottenere quel cambiamento che chiedono senza arrivare allo scontro diretto, violento come in passato?

In definitiva, quello che chiedono i movimenti è l’apertura delle istituzioni ai cittadini, una democrazia partecipativa che può esistere anche grazie alla Rete.

Per  saperne di più su Manuel Castells, puoi cominciare dal profilo che ne ha tracciato la redazione di Meet The Media Guru: http://www.meetthemediaguru.org/index.php/07/manuel-castells-07-11-2012/

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