La battaglia per la libertà di espressione: Salman Rushdie racconta in prima persona a BookCity la sua esperienza degli anni della fatwa

Salman Rushdie e Mario Calabresi al Teatro Franco Parenti per BookCity

Si conclude oggi la prima edizione – la numero zero – di BookCity, manifestazione che nelle intenzioni del comitato organizzatore deve restituire a Milano il ruolo di capitale dell’editoria nazionale. Nel nutritissimo cartellone degli appuntamenti (circa 350 – sparsi dal centro alle periferie – in 3 giorni) che ha portato in città convegni, mostre reading e altri eventi nel segno dei libri, non sono mancati gli incontri con gli autori, una vera e propria manna per i lettori che hanno potuto vederli e ascoltarli dal vivo. Non sono mancate le presenze di grandissimi autori internazionali, tra i quali Salman Rushdie di cui la casa editrice Mondadori ha di recente pubblicato il memoir Joseph Anton, un libro in cui racconta i difficili anni della vita in clandestinità cui era stato costretto dalla “fatwa” pronunciata dall’ayatollah iraniano Khomeyni per aver scritto I versi satanici.

Di seguito, una cronaca – fatta a partire dai tweet che avevo annotato – dell’incontro-intervista con il direttore della Stampa Mario Calabresi e Salman Rushdie, che si è tenuto alle 11 di questa mattina nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti di Milano, dal titolo La battaglia per la libertà di espressione: Salman Rushdie ci racconta in prima persona la sua esperienza degli anni della fatwa.

Calabresi: Joseph Anton è un libro bellissimo. Mi è piaciuta la scelta della narrazione in terza persona. Mi ha colpito come Rushdie sia riuscito a raccontare la sua vita, se stesso in questo modo.

Calabresi: Prima di lasciare la parola a Salman Rushdie, mi piacerebbe ricordare le parole che disse a Roberto Saviano la sera in cui si conobbero e si incontrarono per la prima volta, un momento cui ho avuto la fortuna di assistere (all’epoca lavoravo per Repubblica) e di cui da giornalista ho voluto prendere nota.

Rushdie e Saviano si erano appartati, come a non voler incombere sugli altri presenti con le loro storie, e il primo – quello più “esperto” della situazione – volle dare qualche consiglio al secondo, quasi riconoscendosi nel se stesso di qualche anno prima. Quello che gli disse fu che non ci sarebbe mai stato un giudice o poliziotto che sarebbe andato a dirgli che era finita, che era fuori pericolo, di nuovo libero, perciò la libertà avrebbe dovuto conquistarsela da solo, nella sua testa, senza arrendersi mai. Ma Rushdie volle anche essere sicuro che Roberto Saviano non lo fraintendesse, non pensasse che gli stesse consigliando di fare l’eroe, magari di ‘affrontare’ la pistola di un sicario e glielo disse.

Calabresi poi chiede a Rushdie qual è stato il momento in cui ha sentito di aver riconquistato la libertà.

Rushdie: non c’è stato un momento preciso, è successo tutto molto lentamente, potermi trasferire a New York, per esempio, prima per pochi giorni, poi per periodi sempre più lunghi, restando fuori dalla bolla dei servizi di sicurezza britannici è stata una cosa che mi ha fatto respirare.

Rushdie: il giorno dell’incontro con Saviano di cui parlava Calabresi, quando Roberto è andato via scortato dall’FBI ho pensato “Grazie a dio non tocca a me”.

Calabresi riporta poi la conversazione sui giorni in cui la vita di Rushdie era cambiata in seguito alla fatwa dell’ayatollah Khomeyni il 14 febbraio 1989.

Rushdie: Seppi immediatamente che si trattava di una minaccia seria da non prendere sotto gamba, il regime iraniano aveva una rete di sicari professionisti anche fuori dall’Iran che già avevano commesso operazioni criminali simili.

A questo punto Rushdie scherza: Però io sono ancora vivo e l’ayatollah Khomeyni è morto, il che significa che non bisogna mai prendersela con gli scrittori.

Calabresi chiede quale sia stato il sacrificio più grande in quegli anni.

Rushdie: La cosa che più mi è mancata in quegli anni è stata la quotidianità, cose come avere le chiavi di casa in tasca, ma la cosa terribile era che dall’esterno c’era un aspetto glamour di tutta quella faccenda, molti pensavano che mi comportassi da VIP, con tutte quelle misure di sicurezza, la scorta, l’auto blindata…

Per chi viveva quell’esperienza, invece, era chiaro che tutte quelle misure di sicurezza costituivano solo una prigione, ecco cos’era la mia vita in quel periodo.

A questo punto la conversazione ritorna su temi più leggeri e Calabresi cita lo scambio tra Rushdie e Grossman in cui emergono le abitudini dei due riguardo al processo di scrittura (per entrambi il momento migliore è al mattino, entrambi osservano una certa metodicità).

Rushdie: Perdere la possibilità della routine mi ha fatto perdere ogni ritualità, ogni scaramanzia riguardo alla scrittura, ho imparato a scrivere ovunque, fatta eccezione per i ristoranti e comunque non riuscirei mai a scrivere in un posto molto rumoroso; non potrei fare come JK Rowling che ha scritto Harry Potter in un pub.

In ogni caso, non consiglio a nessuno di passare attraverso la mia esperienza per imparare ad adattarsi a scrivere ovunque.

Calabresi poi chiede del tempo impiegato dall’autore per scrivere Joseph Anton e se ha sempre tenuto un diario durante tutti gli anni in cui la sua vita era stata minacciata.

Rushdie: Ci ho messo due anni a scrivere Joseph Anton, più tutti quelli impiegati per riavere indietro la mia libertà e la mia vita.

Ho tenuto un diario per tutti quegli anni consapevole che il lieto fine non era scontato e che a narrare quella storia avrei potuto non essere io ma qualcun altro.

Per fortuna – scherza ancora – ogni scrittore è una persona disturbata, c’è sempre quella vocina interiore che gli suggerisce di prendere nota di tutto perché potrebbe rivelarsi una buona storia.

Calabresi chiede poi dello pseudonimo Joseph Anton.

Rushdie: lo pseudonimo Joseph Anton nasce dalla combinazione dei nomi di due dei miei autori preferiti ed era quella che suonava meglio, meno stupida, pensate se avessi scelto Marcel Beckett…

Joseph come Conrad, di cui mi è divenuta molto cara una citazione che si trova in un libro dal titolo oggi improponibile, Il negro del Narciso, dove un marinaio che si è imbarcato nonostante fosse molto malato dice di averlo fatto perché “Non devo forse vivere finché non muoio?”.

Anton come Cechov di cui mi riconosco soprattuto nel teatro, caratterizzato da una grande malinconia dell’isolamento. E poi mi sono riconosciuto in Cechov perché anche io ho tre sorelle.

Rushdie: La scelta di intitolare questo libro proprio Joeph Anton deriva dal desiderio che ho sempre avuto di scrivere un’opera che avesse per titolo il nome del protagonista come Oliver Twist o Robinson Crusoe; ironicamente, sono riuscito a farlo con il libro che porta il mio pseudonimo.

Calabresi chiede ora dell’amarezza derivata dall’incomprensione, dagli attacchi arrivati non dal regime iraniano o dagli altri fondamentalisti islamici violenti, ma da occidente per così dire.

Rushdie: Le persone spesso dimenticano le cose spiacevoli che dicono e sorprendentemente molti hanno dimenticato di non avere avuto belle parole nei miei confronti negli anni difficili.

In Gran Bretagna, i tabloid hanno condotto all’epoca una vera e propria campagna di delegittimazione nei miei confronti. In tanti mi hanno gettato fango addosso, hanno cercato di farmi apparire arrogante, opportunista, brutto.

All’estero, invece, ho avuto più rispetto, sembra che per i media fuori dalla Gran Bretagna io sia una persona migliore, più rispettabile.

A questo punto Calabresi racconta che persino la colpa per gli atti di violenza perpetrati veniva addossata a Rushdie e non agli esecutori, ai veri colpevoli delle minacce, dei roghi, degli attentati a traduttori, editori o librerie in cui i Versi Satanici erano in vendita.

Rushdie: L’editore norvegese subì un attentato cui miracolosamente sopravvisse e lo chiamai per scusarmi, ma lui ci tenne a sottolineare di aver pubblicato i Versi Satanici consapevolmente e anzi rivendicava quella scelta. Dopo l’attentato volle addiritturna farne una ristampa in grande stile.

Rushdie: Una delle cose migliori dello scrivere Joseph Anton è stata la possibilità di ringraziare e raccontare le storie di quelle persone coraggiose che sono state al mio fianco.

Calabresi osserva che da quel 14 febbraio 1989 il mondo è profondamente cambiato, c’è stato l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 e tanto altro, perciò chiede a Rushdie se ritiene che oggi quelle stesse persone sarebbero ancora al suo fianco.

Rushdie: Credo che anche oggi ci sarebbero quelle persone coraggiose in tutto il mondo, nonostante i cambiamenti intercorsi.

Quello che è successo con i Versi Satanici è che il libro è stato volutamente travisato. Il problema era stato completamente inventato dai miei nemici. Molti che mi hanno accusato in passato, si sono scusati dopo aver letto il libro.

La fatwa nei miei confronti in un certo senso è stata il prologo di quanto si è poi manifestato in maniera molto più tragica e spettacolare con l’attacco alle Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001 e purtroppo continua ad accadere ogni giorno contro altri scrittori. Siamo ancora lontani dalla fine di questa storia.

Ritengo, però, che la vicenda dei Versi Satanici abbia dimostrato che la battaglia può esser vinta se le persone non si arrendono, non si lasciano intimidire e anzi lottano per difendere le proprie idee e le proprie posizioni.

Calabresi ora spiega che Rushdie si è sempre espresso a favore della libertà di espressione e non solo nel suo caso, pur non essendo dalla parte di chi fa provocazioni gratuite come chi brucia il Corano o sostiene altre idee orribili.

Rushdie: Certo, è facile difendere le opinioni che condividiamo, ma la battaglia per la difesa della libertà di espressione inizia dalla difesa del diritto a esprimere anche le opinioni che non ci piacciono, per quanto orribili esse possano essere.

Tuttavia, è necessario che si possa anche dire che certe idee o opinioni sono orribili e inaccettabili, bisogna poter tracciare linee di confine.

Mi sono espresso contro il divieto di circolazione in Gran Bretagna per un film pakistano in cui io ero il cattivo e i terroristi che complottavano contro di me gli eroi; l’ho fatto perché volevo che quel film fosse giudicato per quel che era, un film brutto e ridicolo e in effetti nessuno è andato a vederlo perché era davvero brutto, ma se fosse stato proibito sarebbe diventato entusiasmante, assolutamente da vedere proprio perché censurato e si sarebbe trasformato in un’arma per i miei avversari.

Prima di chiudere l’incontro, Calabresi vira su una nota più personale: Sono rimasto molto colpito dalla descrizione del padre che Salman Rushdie fa in Joseph Anton, forse anche per il contrasto tra la delicatezza di quelle pagine, dalla loro dolcezza quasi, rispetto alla durezza del resto del libro.

Rushdie: Il rapporto padre-figlio è centrale in Joseph Anton, sia nell’esplorazione del rapporto tra mio padre e me, sia di quello tra me e il mio primo figlio, Zafar, che aveva solo 9 anni nel 1989 ed è diventato adulto durante gli anni della fatwa, attraversando anche la malattia e la morte della madre in quello stesso periodo. La trasmissione delle idee di padre in figlio e la formazione del pensiero per questi ultimi è uno dei temi più importanti che ho cercato di sviscerare in Joseph Anton.

Rushdie, imbeccato da Calabresi, conclude raccontando un aneddoto sul suo rapporto col padre: Quando ho detto a mio padre che avrei voluto fare lo scrittore, la sua reazione è stata “e adesso cosa dirò ai miei amici?”. Per fortuna ha vissuto abbastanza a lungo da poter constatare che non era proprio una cattiva idea.

Risate, applausi, saluti prima di far spazio alla firma copie.

Se vuoi approfondire, puoi leggere anche il resoconto dell’incontro pubblicato sul sito della manifestazione BookCity: http://www.bookcitymilano.eu/articoli/salman-rushdie-la-battaglia-e-la-vittoria/

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