A che serve modernizzare a metà e partendo da un approccio conservatore? Una riflessione su Agenda Monti e mercato del lavoro

Mario Monti

Dal canto suo la riforma del mercato del lavoro rappresenta un passo avanti fondamentale del nostro Paese verso un modello di flessibilità e sicurezza vicino a quello vincente realizzato nei Paesi scandinavi e dell’Europa del nord. Non si può fare marcia indietro. Bisogna proseguire sulla strada tracciata per migliorare. Per questo serve monitorare l’attuazione delle nuove norme per individuare correzioni possibili e completare le parti mancanti, ad esempio quelle relative al sistema di ammortizzatori sociali, al contenuto di formazione dell’apprendistato o alle politiche attive del lavoro e all’efficacia dei servizi per l’impiego.

Cit. Mario Monti, Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. Un’agenda per un impegno comune. Primo contributo ad una riflessione aperta (http://www.agenda-monti.it)

Passaggi come questo mi convincono che l’Agenda Monti – nonostante tante particondivisibili – non sia la mia agenda e neanche quella più adatta per il nostro Paese, quell’Italia da cui il senatore Mario Monti più volte nel suo programma prende le distanze parlando di italiani in terza persona, come se lui stesso non ne fosse parte e usando il noi quasi solo per attribuirsi i meriti dell’azione di governo dell’ultimo anno. Mi auguro che si tratti di una conseguenza dei tempi strettissimi in cui è stato redatto questo “primo contributo a una riflessione comune”.

Mi limito a una riflessione sul passaggio citato per ora, solo per chiedere perché una riforma del mercato del lavoro doveva partire necessariamente dalla riduzione delle tutele per i lavoratori anche in assenza di un nuovo sistema di ammortizzatori sociali, “le parti mancanti” cui correttamente si riferisce il testo dell’agenda? Perché sono proprio i più deboli a dover pagare ancora una volta il prezzo più alto dopo il disastro di quindici anni di retorica della flessibilità che è stata quasi solo a vantaggio delle imprese e ha significato precarietà per un’intera generazione di noi italiani, soprattutto di quei giovani e di quelle donne sui quali il testo dell’agenda dice di voler puntare? Perché invece della flexsecurity – la nuova formula magica che tanto piace anche alla sinistra ‘moderna’ e un ottimo modello se preso nella sua interezza – ci si è accontentati di partire da una flex-senza-security, quando la parte più difficile da far digerire era quella della riduzione delle tutele al posto di lavoro ed è stata portata avanti nonostante tutte le resistenze? E tutto ciò in un periodo di crisi di cui la fine non è certo dietro l’angolo, durante il quale è impossibile pensare in un facile ricollocamento dei lavoratori.

Mi si perdoni l’impertinenza, ma un approccio simile potevamo attendercelo dal centrodestra conservatore e ad personam di Silvio Berlusconi o dall’ala più conservatrice di Confindustria, non da un liberale modernizzatore come Mario Monti (o, se è per questo, da riformisti come Pietro Ichino e Matteo Renzi che mi sembrano sulla stessa linea).

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