Tutta colpa della sinistra? Pietro Ichino sulle riforme del sistema pensionistico e del mercato del lavoro targate Monti – Fornero

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Nel Paese in cui vorrei vivere, il professor Pietro Ichino sarebbe ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e tutto funzionerebbe a meraviglia, ma quello è un Paese ideale e non l’Italia di oggi, non quella che abito io almeno.
Questo lungo articolo pubblicato come ebook chiarisce le posizioni dell’autore su lavoro, politiche sociali e rapporti con il suo (ora ex) partito, il PD guidato da Bersani, dopo gli interventi del governo Monti su sistema pensionistico e mercato del lavoro e si tratta di posizioni largamente ragionevoli e condivisibili:

  • le giovani generazioni stanno pagando per il benessere di quelle precedenti (vale per il sistema pensionistico come per i contratti di lavoro);

  • la dicotomia fra lavoro a tempo indeterminato garantito e altre formule prive di diritti è una ferita gravissima e va sanata;
  • il mercato del lavoro è ingessato da una legislazione troppo invasiva, cavillosa e complicata la cui semplificazione sbloccherebbe risorse e avvantaggerebbe tutti, lavoratori e imprese;
  • la contrattazione nazionale non può essere l’unica e così vincolante in tutto perché non affronta più la realtà complessa nella quale ci muoviamo;
  • l’assistenzialismo dello stato sociale italiano non è più sostenibile a causa del debito pubblico di cui è latore;
  • parti della sinistra e del mondo sindacale sono all’origine delle resistenze alla modernizzazione del mercato del lavoro e a un welfare di stampo socialdemocratico secondo standard nordeuropei, in parte anche per mantenere rendite di posizione;
  • proteggere i lavoratori invece di blindare il posto di lavoro è più sano così come lo è un prolungamento di una vita attiva anche in forme diverse da quella dell’impiego di una vita.

Fin qui tutto bene, ma ci sono un paio di aspetti che proprio non riesco a capire e mi stupisco che il professor Ichino ignori, a meno che certe posizioni non siano diventate i suoi totem personali in seguito agli attacchi – anche spiacevoli – che ha subito nel PD e dal mondo sindacale; a legger bene questo e altri testi dell’autore, infatti, non trovo mai dubbi sulla qualità dell’imprenditoria italiana, che viene sempre dipinta come vittima del famoso / famigerato articolo 18 e di tutto il sistema burocratico nostrano; per fare un esempio, non viene mai denunciato l’abuso di contratti di collaborazione occasionale, a progetto etc. che le imprese fanno da 15 anni a questa parte, sembrerebbe quasi che il ricorso sia stato assolutamente e sempre giustificato dalle condizioni in cui sono costrette a operare, proprio come se l’autore ignorasse le migliaia di casi di progetti inesistenti reiterati per anni, le finte partite IVA, lo scandalo delle dimissioni in bianco di cui sono state vittime soprattutto le lavoratrici, misure che hanno garantito flessibilità esclusivamente alle imprese senza mai trovare sbocco in qualcosa di più stabile. Se siamo d’accordo che, pur di difendere i diritti dei già garantiti, sindacati e sinistra per primi hanno abbandonato a sé stessi troppi precari, un’intera generazione, dovremmo però anche convenire che da qualcuno andavano difesi e che buona parte (per fortuna non tutta) dell’imprenditoria italiana non chiede altro che lavarsene le mani della responsabilità sociale e della dignità del lavoro e dei lavoratori, in altre parole è sempre pronta a chiedere e mai a dare ed è assolutamente miope e inaffidabile.
A volte ho avuto l’impressione che pur di raggiungere il suo obiettivo e convincere della bontà della sua proposta, persino una persona acuta e intelligente come il professor Pietro Ichino sia disposta a chiudere un occhio sugli effetti nefasti di certi interventi, derubricati a effetti collaterali necessari, come nel caso degli esodati causati dalla recente riforma del sistema pensionistico: ancora una volta, possiamo essere d’accordo che certe misure fossero necessarie per riequilibrare i conti e il sistema e che una volta a regime tutto andrà meglio, come pure che cinquantenni e sessantenni non vadano visti come persone che non possono ricollocarsi e riprendere a lavorare, ma possiamo ignorare che al momento la situazione sia un’altra e che siano proprio gli strumenti destinati ad aiutare il loro reinserimento nel mondo del lavoro quelli che mancano anche dopo le riforme portate avanti dal governo Monti (evidentemente sbagliando certi conti)? Si può davvero ridurre tutto alle sole colpe del “sindacalismo conservatore” che conosce solo posto fisso, reintegro e cassa integrazione, quando le alternative non sono state ancora messe in campo? L’ho già scritto in un post precedente e lo ribadisco qui: io credo di no.

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