Non è bastato il talento

Più riguardo a Island of a Thousand Mirrors

I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, Le linee d’ombra di Amithav Ghosh, Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy, Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi, L’omonimo di Jumpha Lahiri sono solo alcuni dei precedenti illustri cui si può pensare leggendo Island of A Thousand Mirrors di Nayomi Munaweera. Originaria dello Sri Lanka, l’autrice prova a raccontare la storia del suo Paese dall’indipendenza ai giorni nostri, passando per le atrocità della guerra civile tra le Tigri Tamil e il governo centrale, un conflitto ventennale che segna la vita dell’isola e dei personaggi principali del romanzo al punto da rendere impossibile ricordare un prima della guerra. Ma Island of A Thousand Mirrors è anche un romanzo sulla diaspora da quel piccolo Paese circondato dall’oceano Indiano, sulle difficoltà di adattarsi e farsi accettare in una nuova terra (gli USA in questo caso), sulla nostalgia per la madrepatria e la voglia di cancellare ogni legame con una terra troppo tormentata.

Bastano poche pagine per rendersi conto del talento dell’autrice per la scrittura, la costruzione di ampie trame e la narrazione di storie anche complesse, nate dall’intreccio tra la dimensione più intima dei suoi personaggi e i grandi movimenti della Storia; una voce che riesce a rappresentare la spensieratezza dei giochi dei bambini, lo sbocciare del primo amore, i primi baci dati da nascosto così come piccole e grandi discriminazioni, persecuzioni, terribili sofferenze e violenze.

Island of A Thousand Mirrors, però, non è un romanzo davvero riuscito: innanzitutto pecca forse di un’eccessiva consapevolezza della tradizione letteraria in cui si inscrive e non riesce a evitare una sensazione di già letto, già sentito; inoltre, non sembra risolvere al meglio né il profluvio di personaggi introdotti nella prima parte (alcuni appaiono e scompaiono quasi senza lasciare traccia), né la dicotomia tra storie private e drammi collettivi; infine – e forse questa è la pecca più grave – spreca la voce più bella del romanzo (quella di Saraswathi, adolescente Tamil che si arruolerà tra le Tigri per evitare che il disonore si abbatta sulla sua famiglia) assegnandole un destino che, trattato troppo superficialmente, fa apparire la sua storia solo funzionale al riscatto della protagonista principale.

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